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"Nessun progresso verso un salario vivibile": la denuncia contro i marchi della moda

Un nuovo rapporto della Clean Clothes Campaign rivela che nessun grande marchio di abbigliamento è in grado di dimostrare che i lavoratori in Asia, Africa, America Centrale o Europa Orientale siano pagati abbastanza per sfuggire alla trappola della povertà

05 giugno 2019

ROMA - Secondo un nuovo rapporto pubblicato oggi dalla Clean Clothes Campaign, nessun grande marchio di abbigliamento è in grado di dimostrare che i lavoratori che producono i loro capi in Asia, Africa, America Centrale o Europa Orientale siano pagati abbastanza per sfuggire alla trappola della povertà. Lo studio "Salari su misura 2019: lo stato delle retribuzioni nell’industria globale dell’abbigliamento" analizza le risposte di 20 grandi marchi della moda sui loro progressi nell'implementazione di un salario vivibile per i lavoratori che producono i loro vestiti. Dalla ricerca è emerso che l'85% dei marchi si è impegnato in qualche modo a garantire che i salari siano sufficienti a soddisfare le esigenze di base dei lavoratori, ma, al contempo, che nessuno di loro ha messo in pratica questo principio per nessun lavoratore nei Paesi in cui viene prodotta la stragrande maggioranza dei capi di abbigliamento. 

“A cinque anni di distanza dalla nostra precedente indagine - dichiara Anna Bryher, autrice del rapporto - , nessun marchio è stato in grado di mostrare alcun progresso verso il pagamento di un salario vivibile. La povertà nell'industria dell'abbigliamento sta peggiorando. È una questione urgente. Il nostro messaggio ai brand è chiaro: i diritti umani non possono aspettare e i lavoratori che realizzano i capi venduti nei nostri negozi devono essere pagati abbastanza per vivere con dignità”. 

Dei 20 marchi intervistati, 19 hanno ricevuto il voto più basso possibile, mostrando di non essere in grado di produrre alcuna prova che a un lavoratore che confeziona i loro capi di abbigliamento sia stato pagato un salario vivibile in qualsiasi parte del mondo. L'unica eccezione è stata Gucci che è riuscita a dimostrare come, per una piccola parte della sua produzione in Italia, grazie alle trattative salariali nazionali, le paghe consentano a una famiglia di vivere in alcune zone del Sud e del Centro Italia. 

"Le iniziative volontarie non sono riuscite a garantire i diritti umani dei lavoratori", aggiunge Deborah Lucchetti della Campagna Abiti Puliti, sezione italiana della Clean Clothes Campaign. "Il modello economico globale che spinge i prezzi al continuo ribasso e mette in competizione i Paesi a basso salario è troppo forte. È un dato di fatto che i lavoratori che producono quasi tutti gli abiti che compriamo vivono in povertà, mentre le grandi marche si arricchiscono grazie al loro lavoro. È tempo che i marchi adottino misure efficaci di contrasto al sistema di sfruttamento che hanno creato e da cui traggono profitto". 

I salari di base in Etiopia e Bangladesh sono meno di un quarto del salario dignitoso, mentre in Romania e in alcuni altri paesi dell'Europa orientale il divario è ancora maggiore, con i lavoratori che guadagnano solo un sesto di quanto necessario per vivere con dignità e mantenere una famiglia. Di conseguenza, i lavoratori sono costretti a vivere in baraccopoli, soffrono di malnutrizione e debiti, spesso non possono permettersi di mandare i loro figli a scuola, il tutto mentre lavorano ore e ore di straordinario per cercare di sbarcare il lunario. Marchi come C&A, H&M, Zara, Primark, Nike, Adidas e Zalando, tra gli altri, sono tutti responsabili di non aver fatto abbastanza per arginare la povertà dei lavoratori.

"I marchi e i distributori globali sanno da anni che i salari pagati ai lavoratori non sono sufficienti per permettergli di vivere con dignità ma continuano a fare promesse vuote mentre rastrellano profitti enormi - conclude Deborah Lucchetti - . Se i marchi fossero davvero impegnati a pagare un salario dignitoso, dovrebbero passare dalle parole ai fatti, scegliendo un parametro di riferimento credibile, informando i fornitori e aumentando i prezzi di acquisto in coerenza. Dovrebbero iniziare subito con i 50 maggiori fornitori e rendere pubblici i libri paga, a dimostrazione che ciò stia realmente accadendo. È una questione affrontabile, basta mettere mano alla redistribuzione della catena del valore e pagare di più i lavoratori”.

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